tolta a nastri la filmica scorta
de visu il fuoco arbitra spiriti
e bracciali moltiplicano gli déi
nel mio corvo volo volo e volo
su nessuna ombra in nessuna
dalla mia statua del cielo per
corpo dileguatosi scampanella

che il de profundis fecero gli dèi
l’allontanato la morte veloce
in giostra in grembo in latte
e prima di de cuis fui
fui uomo e donna
fui assolo nelle contingenze e nelle tempeste
suono stridulo e occhio abbacinato

io vi amato tutti e ho amato questa terra
eterno sogno il mare e le profondità
porto in ricordo un sapore di salsedine
e una canzone degli anni sessanta

dèi che alzano sabbia ai quattro venti
smobilitano sacro e quinte
morìa tonda la vita legge ad alta voce
voce mai letta da umano [...]
non parliamo mai da soli
non vediamo mai da soli
prova degli interruttori
grava sugli interruttori
grava amnio allucinato

 

Siamo davvero cosa di stelle?
Polverizzate stelle di cose sbriciolate
gravide di sale d’oceani disseccati
pioggia di marte che soffoca
negli anfratti la disperanza
nei tunnel le navi preparate e noi
imbraco e laccio
di lacrime dense di novellose storie
chi lascia le ossa chi i natali
oh morir d’amor d’amor morire
dormire e poi lasciarsi andare
oh la pula di farro e il raccolto
nell’elastico del tempo a catapulta
oh la pula, la loppa, le scorie
il perso e il ritrovato
nel vento il perturbante

l’ eterno? portaspilli e rimorchio straricco di zoppicamenti
l’ imperfetto giardino dai rami mai potati di sosia protervi
c’è da chiedersi senza chiudere il cerchio: siamo davvero
cosa di stelle? destini babelici da astri di gas spettacolari
ma schiusi in un forno senza ventola ad aspettare il rogo
poi la pioggia con il suo grido che asseconda depressioni
i nostri occhi allora bruciati forse vedranno allora ancora
le mille storie perse e l’ improvviso taglio terso stonacato

piogge e spilli sulle pareti estese
di mappe e mondi mai conosciuti e visti
che sulle gobbe sostavano in oriente e alle gelosie intinte
crepitano di cosa andate
sanno gli insetti il segno il sale e la caverna
delle formiche il passo cadenzato
di pupe e di crisalidi la danza
la storia ci trattiene
impasto di rimorsi e pentimenti
ci tiene stretta alle feritoie
da dove passa solo un sottile taglio

finestre per? ed è vero che sono occhi sbarrati
spazi di spazi di ritagli nella calce e nell’ argilla
qualche parete le manca non ne stringe alcuna
e il muro è ovunque ad essere più spesso
non resta che requisire le nostre cavie vive
gli equivoci che sventolano doni
lasciare piova sul palmo attraverso le crepe solide
ascoltare le ali dure degli insetti chiudersi e aprirsi
fitte scartoffie meccaniche

ogni granello contiene l’unico
strade e vie che conducono
nei luoghi amati dagli indivisibili
a noi che abbiamo occhi definiti
nulla ci è concesso se non chiederci
tu come stai e risponderci
sapessi come qui tira vento
e quanto stridio fanno le sbarre alle finestre

sotto la sabbia si incenerisce il pane
quando non cuoce
sotto la sabbia incenerisce la pioggia
quando non piove
e il sangue rovente delle placente
che fece sbocciare i fiori sulla sabbia
sotto la sabbia non culla più uomini

e sanguinolenta carne di vene morte
si fa la festa e al cane le ossa strappano
le rotule insabbiano e le infibulate
donne al pascolo africano
contano i granelli che mancano al pasto unico

cammino di ronda non infinito dei miei carponi
l’ anima cuoce ragni nel pane al centro del forno
toglie dal tavolo i piatti per posta di cose crude

si svolse la storia
sul tavolo di polvere
soffio di secoli e briciole di attimi
di foglie nervi di rami torti
c’era una volta e poi si rivolta
la terra sopra sotto la storia

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